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Il foodtech è l’insieme delle tecnologie applicate alla filiera alimentare: produzione, trasformazione, distribuzione e consumo. Il 2026 è un anno di bilanci, non di promesse.

Nel solo 2025 quattordici aziende di agricoltura in ambiente controllato hanno chiuso o dichiarato bancarotta, secondo il conteggio di AgEye Technologies, fornitore di software per il settore. La carne coltivata è approvata in tre Paesi, vietata in sette Stati americani e bloccata in Italia da una legge che la Commissione europea considera potenzialmente inapplicabile. E il fattore che sta cambiando di più i consumi alimentari non è una tecnologia alimentare: è una classe di farmaci per il diabete.

Questa pagina mette in fila lo stato reale di ogni verticale, con numeri e date verificabili, e distingue ciò che è in commercio da ciò che è ancora una promessa.

Indice

  • Che cos’è il foodtech
  • Perché sono falliti tanti vertical farm
  • Il plant-based è davvero in crisi
  • Le proteine alternative oltre al vegetale
  • La carne coltivata è legale in Italia
  • Dove è legale la carne coltivata nel mondo
  • Le cucine robotiche funzionano davvero
  • AI, stampa 3D e blockchain: cosa è già operativo
  • L’effetto dei farmaci GLP-1 sulla spesa alimentare
  • Quanto vale il foodtech in Italia
  • Domande frequenti
  • Cosa cambia entro il 2035

Che cos’è il foodtech?

Il foodtech applica tecnologie digitali, biotecnologie e automazione a quattro fasi della filiera: produzione agricola e industriale, trasformazione, distribuzione, consumo finale. Sotto la stessa etichetta convivono cose molto diverse per maturità. Un software di previsione della domanda per una catena di ristorazione è tecnologia matura e già redditizia. Una bistecca da coltura cellulare è un prodotto approvato in tre Paesi e venduto quasi da nessuna parte.

La distinzione utile non è fra tecnologie promettenti e tecnologie inutili, ma fra quelle che hanno superato la prova dell’economia unitaria, guadagnare su ogni singola unità venduta, e quelle che finora hanno funzionato solo finché c’era capitale di rischio a coprire la differenza. Il resto di questa pagina segue quella linea.

Perché sono falliti tanti vertical farm?

Il vertical farming coltiva in ambienti chiusi, su più livelli, con luce artificiale e controllo climatico totale. Il problema non è mai stato agronomico: le rese per metro quadro funzionano. Il problema è che illuminare e climatizzare artificialmente costa, e quel costo non si recupera vendendo lattuga.

Il conto degli ultimi tre anni, con nomi e cifre. AppHarvest e AeroFarms hanno presentato istanza di fallimento nel 2023: AeroFarms era operativa dal 2004 e aveva raccolto oltre 238 milioni di dollari. Bowery Farming, valutata circa 2 miliardi nel 2021 e finanziata con oltre 700 milioni, ha chiuso a novembre 2024. Plenty Unlimited, sostenuta da SoftBank e con 940 milioni raccolti, ha presentato Chapter 11 a marzo 2025, con una valutazione crollata di oltre il 99% rispetto al picco di 1,9 miliardi di gennaio 2022.

Il denominatore comune, secondo le ricostruzioni di settore, non è la tecnologia ma la sequenza: costruire impianti da cento milioni prima di dimostrare di andare in pari a dieci.

La contro-storia esiste ed è più interessante del fallimento. AeroFarms è uscita dalla procedura a settembre 2023, ha abbandonato l’espansione multi-impianto e si è concentrata sui microgreens, dove il margine per porzione è di un altro ordine di grandezza rispetto alla lattuga. Secondo l’analisi 2025 di AgEye Technologies, che al settore vende software, quindi non è una fonte neutrale, l’azienda ristrutturata controlla oggi circa il 70% del mercato statunitense dei microgreens al dettaglio. Il dato va preso per quello che è: una stima di parte, non un rilevamento indipendente.

Dove l’equazione economica reggeDove non regge
Erbe aromatiche e microgreens: alto valore per porzione, ciclo breveColture a basso valore per chilo come lattuga e cereali in grandi volumi
Aree con scarsità d’acqua o terreno arabile (Medio Oriente, città-stato)Mercati con energia elettrica cara e agricoltura tradizionale competitiva
Impianti dimensionati sulla domanda già contrattualizzataImpianti costruiti prima di avere acquirenti (il modello Plenty, Bowery, AppHarvest)
Operatori che spendono da azienda agricolaOperatori che spendono da azienda tecnologica: robotica su misura, stipendi da software house

Il plant-based è davvero in crisi?

Dipende da quale mercato e da quale categoria si guarda, e le due cose vengono confuse di continuo.

Negli Stati Uniti la carne vegetale al dettaglio è in calo netto: secondo i dati SPINS, 1,13 miliardi di dollari nelle 52 settimane chiuse al 20 aprile 2025, con un −7,5% a valore e un −10% a unità. In Europa il quadro è opposto. L’analisi di GFI Europe sui dati Circana, pubblicata a giugno 2026, mostra crescita a valore e a volume nel 2025 in Germania, Italia, Francia e Spagna, con calo solo nel Regno Unito e nei Paesi Bassi. Circana, ad aprile 2026, valuta l’intera categoria plant-based nei sei principali mercati europei 16,3 miliardi di euro, in crescita del 5,1% sull’anno precedente.

Proteine alternative: a che punto siamo

Il mercato delle proteine alternative mostra andamenti opposti al suo interno. Le vendite di prodotti plant-based (a base vegetale) sono in flessione in diversi mercati occidentali dopo anni di crescita a doppia cifra, complice la percezione di prezzo elevato e di ultra-processamento. In controtendenza cresce invece la fermentazione di precisione, la tecnica che usa microrganismi ingegnerizzati per produrre proteine identiche a quelle animali (come alcune caseine del latte) senza passare dall’allevamento. Le proteine da insetti restano un caso normativo particolare: l’Unione Europea ha approvato diverse specie come novel food, ma l’accettazione dei consumatori resta bassa fuori da applicazioni di nicchia come mangimi o integratori.

MercatoVendite plant-based 2025Variazione
Germania1,71 miliardi di euro+3,1% a valore, +6,2% a volume
Italia668,8 milioni di euro+4,5% a valore, +5,8% a volume
Regno Unito847,8 milioni di sterline−1,2% a valore, −2,5% a volume
Paesi Bassi259,4 milioni di euro−4,1% a valore, −1,3% a volume

Fonte: GFI Europe su dati Circana, giugno 2026. Il dato britannico non include i principali discount, quindi il calo potrebbe essere sovrastimato.

C’è anche un problema di proporzioni che quasi nessuno dichiara: secondo Circana, ad aprile 2026 la carne e il pesce vegetali valgono circa il 4% della categoria plant-based europea. Il grosso sono frutta secca, semi e legumi, cioè prodotti che nessuno chiamerebbe foodtech. Quando si legge “crollo del plant-based” si sta quasi sempre parlando di una fetta del 4% di un mercato che nel complesso cresce.

Quali sono le proteine alternative oltre al vegetale?

La fermentazione di precisione usa microrganismi ingegnerizzati per produrre proteine identiche a quelle animali — per esempio alcune caseine del latte — senza passare dall’allevamento. È la traiettoria tecnologicamente più solida del settore, perché parte da processi industriali già rodati in farmaceutica, ma in Unione Europea nessun prodotto di questo tipo destinato a sostituire una proteina del latte ha ancora completato l’iter di autorizzazione.

Gli insetti sono il caso normativo più istruttivo, e in Italia lo sono in modo particolare. L’Unione Europea ha autorizzato come novel food quattro specie: la larva gialla della farina (Tenebrio molitor), la locusta migratoria (Locusta migratoria), il grillo domestico (Acheta domesticus) e il verme della farina minore (Alphitobius diaperinus), nelle forme congelata, essiccata, in pasta e in polvere. Il 29 dicembre 2023 l’Italia ha pubblicato in Gazzetta Ufficiale quattro decreti che ne regolano etichettatura e vendita, imponendo di indicare in etichetta il nome scientifico dell’insetto e di collocare i prodotti in comparti separati, segnalati da cartellonistica dedicata.

Quest’ultimo punto spiega la bassa penetrazione meglio di qualsiasi sondaggio sulle preferenze: un prodotto che per legge va esposto in uno spazio a parte con un cartello sopra non ha le stesse probabilità di finire nel carrello di uno che sta accanto ai suoi concorrenti. In Italia l’uso resta concentrato in nicchie come integratori e mangimi.

La carne coltivata è legale in Italia?

No. La legge 1 dicembre 2023 n. 172, in vigore dal 16 dicembre 2023, vieta di produrre, vendere, detenere per vendere, importare, somministrare o promuovere alimenti e mangimi costituiti, isolati o prodotti a partire da colture cellulari o di tessuti derivanti da animali vertebrati. La stessa legge vieta l’uso della denominazione “carne” per prodotti trasformati contenenti proteine vegetali.

Le sanzioni: da 10.000 a 60.000 euro, oppure fino al 10% del fatturato totale annuo dell’ultimo esercizio chiuso prima dell’accertamento, entro un tetto massimo di 150.000 euro, con chiusura dello stabilimento nei casi previsti. Il tetto di 150.000 euro viene spesso omesso nelle sintesi giornalistiche: è quello che conta per un’azienda strutturata.

Un dettaglio tecnico con conseguenze concrete: il divieto riguarda esplicitamente le colture derivanti da animali vertebrati. Gli invertebrati molluschi, crostacei, insetti restano fuori dal perimetro della norma.

Perché la legge italiana potrebbe essere inapplicabile

Questa è la parte che quasi tutte le coperture saltano, ed è la più rilevante per chi deve decidere se investire in Italia.

La direttiva (UE) 2015/1535 impone agli Stati membri di notificare alla Commissione e agli altri Stati le bozze di norme tecniche che possono ostacolare la libera circolazione delle merci, e di attendere uno standstill di tre mesi prima di approvarle. È la procedura TRIS. L’Italia ha notificato il testo dopo o contestualmente alla promulgazione del 1° dicembre 2023, cioè quando non era più una bozza.

A fine gennaio 2024 la Commissione ha chiuso la procedura senza emettere un parere circostanziato, rilevando la violazione procedurale e osservando che l’Italia potrebbe essersi affrettata ad adottare una legge inapplicabile. Il riferimento giuridico è la sentenza CIA Security della Corte di giustizia del 30 aprile 1996: una regola tecnica non notificata correttamente può essere disapplicata dal giudice nazionale e non è opponibile ai singoli.

Le due letture sono entrambe documentate e vanno riportate entrambe. Il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida ha dichiarato che la chiusura della procedura accerta in via definitiva la compatibilità della legge con il diritto dell’Unione, e che non ci sarà alcuna procedura d’infrazione. I giuristi che hanno commentato l’atto leggono la stessa chiusura come conferma del vizio procedurale: nessuna infrazione, ma nemmeno alcuna sanatoria, e l’onere di stabilire se la norma sia applicabile passa ai tribunali italiani. Alla data di questo aggiornamento nessuna sentenza italiana ha affrontato il punto, perché nessun operatore ha ancora tentato di commercializzare il prodotto in Italia.

Dove è legale la carne coltivata nel mondo?

GiurisdizioneStatoData
SingaporeApprovata: pollo coltivato di Eat Just / GOOD Meat, primo via libera al mondodicembre 2020
Stati Uniti (federale)Approvata: pollo di UPSIDE Foods e GOOD Meat; poi altre autorizzazioni, fra cui il grasso di maiale coltivato di Mission Barnsda giugno 2023; Mission Barns luglio 2025
Stati Uniti (statale)Vietata in almeno sette Stati fra cui Florida, Alabama, Mississippi, Montana, Nebraska e Texas (divieto temporaneo fino ad almeno settembre 2027)da maggio 2024
IsraeleApprovata: manzo coltivato di Aleph Farms, primo via libera al mondo per una specie diversa dal pollo17 gennaio 2024
Unione EuropeaNessuna autorizzazione. Due domande in valutazione: Gourmey (foie gras d’anatra) e Mosa Meat (grasso bovino)luglio 2024 e gennaio 2025
Regno UnitoNessuna autorizzazione. Programma sandbox della FSA in corso; le domande di Gourmey e Vital Meat sono le più avanzatesandbox febbraio 2025 – febbraio 2027
ItaliaVietata dalla legge 172/2023, con i dubbi di applicabilità descritti soprain vigore dal 16 dicembre 2023

Il dato che sposta il quadro è statunitense e va detto con precisione, perché viene raccontato male quasi ovunque. L’approvazione federale del 2023 non ha prodotto un mercato: i due ristoranti che servirono carne coltivata quell’anno smisero dopo poche settimane, e le ricostruzioni di aprile 2026 registrano che negli Stati Uniti il prodotto non era in produzione per il consumo o la vendita. Nel frattempo sette Stati l’hanno vietata, e il 23 marzo 2026 la Corte d’appello dell’Eleventh Circuit ha stabilito che la legge federale sul pollame non prevale sul divieto della Florida, respingendo il ricorso di UPSIDE Foods. Il ragionamento della Corte è stretto ma pesante: vietare del tutto un prodotto è giuridicamente diverso dal dettare regole a uno stabilimento già ispezionato a livello federale, e quindi la norma federale non lo scavalca.

L’unica eccezione recente va segnalata perché è la prima uscita commerciale reale dopo due anni: Mission Barns ha ottenuto il via libera FDA a marzo 2025 e quello USDA a luglio 2025 per il grasso di maiale coltivato, con debutto annunciato al ristorante Fiorella di San Francisco e in un punto vendita Sprouts di Oakland. Il prodotto non è carne coltivata pura: è grasso coltivato miscelato a proteine vegetali, in polpette e bacon.

Le cucine robotiche funzionano davvero?

Il caso meglio documentato è europeo. Dal 29 ottobre 2025 un’unità CA-1 della tedesca Circus SE opera nel punto vendita REWE di Düsseldorf-Heerdt: due braccia robotiche, sei telecamere, fino a 36 contenitori di ingredienti, otto piatti a menu, preparazione autonoma dal prelievo alla pulizia, prezzi a partire da 3,50 euro. È la prima integrazione documentata al mondo di una cucina robotica completamente autonoma dentro la grande distribuzione. L’analisi tecnica del sistema è nel nostro approfondimento dedicato.

Approfondimento tecnico: analisi del CA-1 di Circus SE.

Nota di trasparenza: quanto segue riporta dati finanziari pubblici di una società quotata a scopo esclusivamente informativo e non costituisce in alcun modo una raccomandazione di investimento.

Che la macchina funzioni in un supermercato non significa che il modello di business funzioni, e i conti lo dicono meglio di qualunque aggettivo. Circus SE ha chiuso il 2025 con ricavi attorno a 1,5 milioni di euro, contro 0,25 milioni del 2024, ed EBITDA rettificato a meno 15,3 milioni. La guidance per il 2026 è di 44-55 milioni di ricavi. L’azienda dichiara oltre 8.000 pre-ordini per un valore teorico superiore a 1,6 miliardi di euro; gli ordini fermi comunicati erano circa 500, da una quarantina di clienti.

La distanza fra 8.000 prenotazioni e 500 ordini è l’intera questione del settore, e vale come regola di lettura per qualsiasi comunicato sulle cucine robotiche: la pipeline non è fatturato, e il tasso di conversione è il solo numero che conta.

Sul fronte delle dark kitchen, cucine senza sala, pensate solo per la consegna, la selezione post-pandemia ha premiato chi ha ridotto davvero i costi fissi per ordine, non chi ha inseguito i volumi. È una dinamica ampiamente descritta dagli operatori ma priva, a oggi, di una serie storica pubblica affidabile: chi cita quote di mercato precise su questo segmento di solito sta citando una stima commerciale.

AI, stampa 3D e blockchain: cosa è già operativo?

L’intelligenza artificiale nella ristorazione

È la parte meno spettacolare e la più redditizia. Il menu engineering assistito analizza i dati di vendita per stabilire quali piatti spingere, riprezzare o togliere in base al margine reale. Gli algoritmi di previsione della domanda servono a ordinare le quantità giuste e ridurre lo spreco. Sull’ordine di grandezza del problema conviene essere precisi invece di ripetere la formula “un terzo del cibo prodotto”, che risale a una stima FAO del 2011: secondo il Food Waste Index Report 2024 dell’UNEP il mondo ha sprecato 1,05 miliardi di tonnellate di cibo nel 2022, pari al 19% di quello disponibile a livello di distribuzione, ristorazione e famiglie, cui la FAO aggiunge un 13% perso fra raccolta e vendita al dettaglio.

La stampa 3D alimentare

Resta di nicchia, con due applicazioni serie: la disfagia, dove la stampa permette texture morbide mantenendo l’aspetto riconoscibile del piatto per pazienti con difficoltà di deglutizione, e la personalizzazione nutrizionale, ancora sperimentale. Non esistono, a oggi, dati pubblici affidabili sui volumi installati: chiunque citi una dimensione di mercato per questo segmento sta estrapolando.

La tracciabilità con blockchain

Qui va corretta un’affermazione che circola ovunque. Un QR code collegato a un registro distribuito non rende una filiera “non falsificabile”. La blockchain rende evidente la manomissione successiva del registro: nessuno può riscrivere a posteriori un record già inserito senza che si veda. Non dice però nulla sulla verità del dato nel momento in cui viene immesso. È il problema dell’oracolo, e nel settore alimentare è esattamente il punto in cui avviene la frode: un olio adulterato con un QR perfettamente tracciato resta olio adulterato, con in più un certificato inattaccabile.

Detto questo, lo strumento sposta comunque qualcosa: rende la responsabilità individuabile, perché ogni immissione ha un autore e una data. È un beneficio reale, e va venduto per quello che è, soprattutto nel contesto delle certificazioni DOP e della lotta all’italian sounding, dove il problema non è la fiducia nel documento ma la catena di custodia del prodotto fisico.

Come i farmaci GLP-1 stanno cambiando la spesa alimentare

Questa sezione tratta l’effetto economico di una classe di farmaci sui consumi. Non contiene indicazioni mediche e non va usata per decisioni terapeutiche: i farmaci GLP-1 sono soggetti a prescrizione e la loro appropriatezza va discussa con un medico.

Il fattore che sta ridisegnando i consumi alimentari più di qualunque campagna di educazione alimentare non nasce nel foodtech: sono gli agonisti del recettore GLP-1, nati per il diabete di tipo 2 e diventati farmaci di massa per il controllo del peso.

Il dato più solido disponibile è statunitense e viene da uno studio della Cornell University pubblicato il 18 dicembre 2025 sul Journal of Marketing Research, condotto incrociando le risposte sull’assunzione dei farmaci con i dati di transazione di un panel rappresentativo di circa 150.000 famiglie raccolti da Numerator. Entro sei mesi dall’inizio della terapia la spesa alimentare domestica cala in media del 5,3%, e dell’8,2% nelle famiglie ad alto reddito. La spesa in ristorazione veloce, caffetterie e simili scende di circa l’8%. Il calo si concentra sulle categorie caloriche e processate, con gli snack salati a meno 10,1%.

Il risultato meno citato è quello che dovrebbe interessare di più a chi produce cibo: dopo l’interruzione della terapia gli effetti si attenuano fino a confondersi con i comportamenti precedenti, e alcune categorie rimbalzano sopra i livelli di partenza. I farmaci sopprimono l’appetito, non insegnano abitudini.

In Italia il fenomeno è più recente e i numeri sono stime, non rilevazioni. Secondo l’Ufficio studi di Coop Italia, ripreso dal Sole 24 Ore il 14 gennaio 2026, nei primi dodici mesi di utilizzo chi assume questi farmaci aumenta a doppia cifra la spesa per frutta, verdura e alimenti proteici e dimezza quella per prodotti ad alto contenuto di zuccheri, carboidrati e sale, con una riduzione complessiva dello scontrino attorno all’1,1%.

La reazione dell’industria è già visibile: riformulazioni ad alto contenuto proteico e di fibre, porzioni ridotte, etichette “GLP-1 friendly”. È un riposizionamento di portafoglio, non una moda di marketing, e va letto come tale nei bilanci dei grandi produttori.

Quanto vale il foodtech in Italia?

Secondo il rapporto Federalimentare-Luiss X.ITE presentato alla Camera dei Deputati il 31 marzo 2026, nel 2025 gli investimenti nelle startup italiane dell’AgriFoodTech hanno superato i 120 milioni di euro — 122 milioni, in crescita del 18% sul 2024, con 571 startup attive mappate lungo l’intera filiera. Il dato che pesa di più non è quello di testa: il 58% delle startup resta in fase seed e il 28% in post-seed. È un problema di scalabilità, non di innovazione iniziale. Il 31% indica l’intelligenza artificiale come driver tecnologico.

Un secondo rilevamento, il report di Verona Agrifood Innovation Hub per Eatable Adventures pubblicato a febbraio 2026, indica per lo stesso anno 121,6 milioni di euro di investimenti ma 501 startup e 4.410 posti di lavoro. La cifra di investimento coincide quasi al decimale, il perimetro di mappatura no. Vale la pena dirlo invece di scegliere il numero più comodo: chi conta le startup italiane del settore usa criteri diversi, e la differenza fra 501 e 571 è tutta lì.

Il quadro complessivo, letto insieme al resto di questa pagina: l’Italia ha un ecosistema che si finanzia in early stage e non arriva alla fase industriale, e ha nel frattempo chiuso per legge uno dei verticali su cui altrove si sta costruendo capacità produttiva. Le due cose non sono collegate direttamente, ma

convivono.

Domande frequenti

La carne coltivata è legale in Italia?

No. La legge 172/2023, in vigore dal 16 dicembre 2023, vieta produzione, vendita, importazione e promozione di alimenti e mangimi da colture cellulari di animali vertebrati. Le sanzioni vanno da 10.000 a 60.000 euro o fino al 10% del fatturato annuo, entro un tetto di 150.000 euro. È invece approvata a Singapore dal 2020, negli Stati Uniti a livello federale dal 2023 e in Israele dal gennaio 2024.

L’Unione Europea ha autorizzato la carne coltivata?

No, nessun prodotto è autorizzato. Sono in valutazione due domande: quella di Gourmey per il foie gras d’anatra coltivato, depositata a luglio 2024, e quella di Mosa Meat per il grasso bovino coltivato, depositata a gennaio 2025. La procedura europea valuta i singoli ingredienti, non i prodotti finiti, e i tempi stimati sono attorno ai 18 mesi per domanda.

Il vertical farming è sostenibile?

Dipende dalla coltura. Regge su erbe aromatiche e microgreens, ad alto valore per porzione, e in aree con scarsità d’acqua o terreno. Non regge su colture a basso valore come lattuga e cereali in grandi volumi, dove il costo di illuminazione e climatizzazione non si recupera. È la ragione economica dietro i fallimenti di Plenty, Bowery e AppHarvest.

Le vendite di prodotti vegetali stanno crollando?

Non in Italia. Secondo GFI Europe su dati Circana, nel 2025 le vendite plant-based italiane sono cresciute del 4,5% a valore e del 5,8% a volume. Il calo riguarda il Regno Unito e i Paesi Bassi in Europa, e soprattutto la carne vegetale al dettaglio negli Stati Uniti, scesa del 7,5% nelle 52 settimane chiuse ad aprile 2025.

Si possono vendere prodotti a base di insetti in Italia?

Sì, per quattro specie autorizzate come novel food europeo: larva gialla della farina, locusta migratoria, grillo domestico e verme della farina minore. Dal 29 dicembre 2023 quattro decreti italiani impongono di indicare in etichetta il nome scientifico dell’insetto e di esporre i prodotti in comparti separati con cartellonistica dedicata.

I farmaci dimagranti stanno davvero cambiando i consumi alimentari?

Sì, ed è misurato. Uno studio Cornell pubblicato a dicembre 2025 sul Journal of Marketing Research, su un panel di circa 150.000 famiglie statunitensi, rileva un calo medio del 5,3% della spesa alimentare domestica entro sei mesi dall’inizio della terapia. In Italia l’Ufficio studi di Coop Italia stima una riduzione dello scontrino attorno all’1,1%, con spostamento verso frutta, verdura e proteine.

Cosa cambia entro il 2035

Tre traiettorie hanno oggi abbastanza evidenza per essere proiettate, e vale la pena separarle da quelle che non ce l’hanno.

La prima è la segmentazione delle proteine: fermentazione di precisione accanto alla carne tradizionale, non al posto suo, con la carne coltivata che resterà probabilmente un ingrediente miscelato prima di essere un prodotto intero. La seconda è l’automazione dei pasti fuori casa, che avanzerà nei formati ad alta ripetitività e bassa variabilità molto prima che nella ristorazione. La terza è la riformulazione dell’industria attorno a un consumatore che, per via farmacologica, mangia meno: è già in corso e non dipende da alcuna adozione tecnologica.

Quello che non si può proiettare, e su cui conviene diffidare delle proiezioni, è il quadro normativo. Il divieto italiano sulla carne coltivata poggia su una procedura viziata, i divieti statali americani sono in contenzioso, e la prima autorizzazione europea è materia di due dossier ancora aperti. Nei prossimi cinque anni le decisioni che sposteranno di più il settore saranno prese in tribunale e nelle commissioni, non nei laboratori.

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