Introduzione
I data center tradizionali hanno tre limiti principali. Il primo è il costo del raffreddamento, misurato con un indice chiamato PUE (Power Usage Effectiveness). Il secondo è la densità termica dei rack. Il terzo è il costo del suolo.
Per questo motivo, alcune aziende hanno spostato l’infrastruttura in luoghi non convenzionali. Ad esempio sott’acqua, in orbita o sottoterra. In questo modo sfruttano un dissipatore termico naturale e gratuito. Di seguito trovi un caso studio approfondito per ogni categoria, con altri esempi accennati brevemente.
Sott’acqua
I data center sottomarini vengono scelti soprattutto per il raffreddamento. L’acqua marina, infatti, assorbe il calore in modo naturale e gratuito, senza bisogno di chiller o torri evaporative. Inoltre, la temperatura degli abissi resta stabile tutto l’anno, indipendentemente dal clima in superficie. A questo si aggiunge un altro vantaggio: l’assenza quasi totale di intervento umano riduce vibrazioni, urti e polvere, tre delle principali cause di guasto nei data center tradizionali.
Il caso Microsoft Project Natick
Tra il 2015 e il 2020, Microsoft ha calato un data center sottomarino al largo delle Isole Orcadi, in Scozia. La capsula si trovava a 117 piedi di profondità. Al suo interno c’erano 12 rack e 864 server. L’atmosfera era composta da azoto secco anziché aria, per eliminare corrosione e umidità.
I risultati del test
Dopo due anni, il bilancio era chiaro. Su 855 server sommersi, solo 6 si erano guastati. Come confronto, a terra si erano guastati 8 server su 135. Il risultato è un’affidabilità 8 volte superiore. Inoltre, il tempo di deployment è sceso da 2 anni a soli 90 giorni. Infine, il consumo d’acqua per il raffreddamento era pari a zero.
Nonostante questi numeri, Microsoft ha chiuso il progetto nel 2024. Tuttavia, le competenze acquisite sono state riallocate su altre ricerche.
Altri casi sottomarini
- Highlander (Cina) — un cluster commerciale al largo di Hainan, a 35 metri di profondità. Il PUE dichiarato è 1,1, e il sistema è in espansione per carichi AI.
- Subsea Cloud (USA) — usa pod a pressione compensata, invece dello scafo rigido di Natick.
Galleggiante
I data center galleggianti nascono per unire i vantaggi del raffreddamento ad acqua con la praticità di restare in superficie. A differenza dei siti sottomarini, infatti, una chiatta resta sempre accessibile per la manutenzione ordinaria. Inoltre, questo tipo di struttura si può ormeggiare vicino a porti già esistenti, riducendo i costi di connettività e di allaccio alla rete elettrica. Per questo motivo, è una soluzione particolarmente adatta ai paesi con poco suolo disponibile, come Singapore.
Il caso Nautilus Data Technologies
Il sito Stockton 1 si trova su una chiatta di 90 metri, ormeggiata sul fiume San Joaquin, in California. È operativo dal 2021 e offre 7 MW di capacità IT. Il suo PUE è pari a 1,15, quindi non servono torri di raffreddamento.
Il sistema proprietario TRUE/CDU preleva acqua dal fiume. Poi la fa transitare per 15-16 secondi in uno scambiatore a circuito chiuso. Infine restituisce l’acqua con un incremento termico di soli 2,5 °C. A differenza dei data center sottomarini, questo sito resta accessibile per la manutenzione ordinaria.
Altri casi galleggianti
- Google — è stato il pioniere del concetto, con un brevetto del 2008 e alcune chiatte costruite tra il 2010 e il 2012. Il progetto è stato poi abbandonato per la complessità normativa.
- Aikido Technologies (USA) — co-localizza i data center con turbine eoliche offshore.
- Keppel (Singapore) e Highlander offshore (Cina) — sono varianti alimentate a eolico, pensate per mercati con forte vincolo di suolo.
Orbitale e lunare
I data center orbitali puntano su due risorse illimitate: l’energia solare continua e il vuoto dello spazio come dissipatore termico. In orbita, infatti, i pannelli solari non subiscono l’alternanza giorno-notte né l’ombra delle nuvole. Allo stesso tempo, il freddo estremo dello spazio permette di raffreddare i server senza alcun sistema attivo. Un altro vantaggio, non da poco, è l’assenza di vincoli di suolo o di permessi edilizi terrestri. Tuttavia, questa soluzione resta ancora costosa, perché dipende dal prezzo dei lanci spaziali.
Il caso Starcloud
A novembre 2025, Starcloud ha lanciato il satellite dimostratore Starcloud-1, equipaggiato con una GPU Nvidia H100. Di conseguenza, è stata la prima azienda ad addestrare un LLM direttamente in orbita.
Il design è “chiller-free”: pannelli solari e radiatori neri passivi, senza alcuna refrigerazione attiva. Secondo le stime dell’azienda, un cluster orbitale da 40 MW costerebbe 8,2 milioni di dollari su 10 anni. Come paragone, l’equivalente terrestre ne costerebbe 167 milioni. Tuttavia, questa proiezione dipende da un’assunzione ancora da verificare: i costi di lancio Starship dovrebbero scendere sotto i 100 $/kg.
Altri casi orbitali
- SpaceX/xAI — ha presentato alla FCC una richiesta per una costellazione fino a 1 milione di satelliti, basata su Starlink e Starship.
- Lonestar — gestisce data storage sulla superficie lunare, con piani futuri per i tubi di lava lunari.
- Axiom Space — integra moduli data center in una stazione spaziale pressurizzata e accessibile all’equipaggio.
- Blue Origin (TeraWave) e la costellazione statale cinese (200.000 satelliti) — sono i concorrenti diretti di questo segmento.
Sotterraneo
I data center sotterranei sfruttano la stabilità termica della roccia, che mantiene una temperatura costante durante tutto l’anno. Grazie a questo, il raffreddamento richiede molta meno energia rispetto a un edificio in superficie. Inoltre, miniere e bunker offrono già una struttura fisica solida e sicura, capace di resistere a eventi esterni come esplosioni o disastri naturali. Un ulteriore beneficio riguarda il suolo: costruire sottoterra permette di liberare grandi superfici in superficie, che altrimenti sarebbero occupate da edifici tecnici.
Il caso Intacture, in Trentino
Intacture è il primo data center europeo costruito dentro una miniera di dolomia ancora attiva. Si trova in Val di Non, a 100 metri di profondità. Qui la temperatura resta costante a 12 °C, e viene sfruttata come pre-raffreddamento passivo.
L’investimento complessivo è stato di 50,2 milioni di euro, di cui 18,4 milioni provenienti dal PNRR. Il sito è stato realizzato per ospitare un supercomputer dell’Università di Trento. Grazie alla struttura sotterranea, l’impronta di suolo equivale a 1 sola piscina olimpionica, invece delle 21 che servirebbero in superficie. Inoltre, l’alimentazione proviene al 100% da fonti rinnovabili.
Altri casi sotterranei
- Bahnhof Pionen (Svezia) — un ex bunker antiatomico a Stoccolma, con una porta blindata da 40 cm. Ha ospitato per un periodo i server di WikiLeaks.
- Iron Mountain (USA) — un’ex miniera di calcare, situata a 60 metri di profondità.
- Green Mountain (Norvegia) — un ex deposito di munizioni NATO, alimentato a idroelettrico.
Riconversioni architettoniche
Le riconversioni architettoniche nascono da un’esigenza diversa dalle altre categorie: non tanto il raffreddamento, quanto il riuso di strutture già esistenti. Chiese, fabbriche o edifici storici, infatti, offrono spazi ampi e già costruiti, con tempi e costi di realizzazione più bassi rispetto a un edificio nuovo. Inoltre, questa scelta permette di valorizzare un patrimonio architettonico altrimenti abbandonato, unendo la funzione tecnologica a un forte valore simbolico o culturale.
Il caso MareNostrum
Il supercomputer del Barcelona Supercomputing Center si trova in un luogo sorprendente: una cappella sconsacrata del ‘900. I rack sono visibili attraverso pareti in vetro, all’interno della navata storica. In questo caso, il vincolo di conservazione ha richiesto soluzioni di raffreddamento e cablaggio non invasive.
Un altro caso simile
- Switch “The Pyramid” (Michigan, USA) — un ex centro R&D a forma di piramide, costruito da Steelcase nel 1989 e poi riconvertito in data center.
Il caso limite: perché il Polo Nord non funziona
In teoria, il Polo Nord sembrerebbe il luogo ideale per un data center: temperature quasi sempre sotto lo zero e raffreddamento gratuito tutto l’anno. Nella pratica, però, questo vantaggio termico non basta. Il Polo Nord geografico non poggia su terraferma. Si trova invece su una banchisa di ghiaccio marino galleggiante, sospesa su circa 4.000 metri di oceano. Per questo motivo, qui non è possibile costruire alcuna infrastruttura permanente.
Ecco i motivi principali:
- il ghiaccio si muove, si frattura e si assottiglia nel tempo, quindi manca una fondazione stabile;
- non esiste una rete elettrica né una dorsale in fibra preesistente;
- la logistica è possibile solo in alcune stagioni;
- infine, non c’è una giurisdizione sovrana chiara, poiché si tratta di acque internazionali (UNCLOS).
Il caso studio RUVDS
RUVDS, un hosting provider russo, ha testato un server al Barneo Ice Camp, vicino al Polo Nord. Il collegamento dati avveniva tramite un pico-satellite proprietario. Il test doveva durare un mese.
Tuttavia, dopo appena una settimana, l’esperimento si è interrotto. Il motivo è stato un’evacuazione d’emergenza, causata da una crepa nel ghiaccio. Questo conferma in modo diretto il problema strutturale descritto sopra. Di conseguenza, RUVDS ha spostato il test successivo in Antartide, su ghiaccio continentale anziché su banchisa marina.
Nota: i data center “artici” reali, come quello di Meta a Luleå o di Verne Global in Islanda, si trovano entro il Circolo Polare Artico ma su terraferma stabile. Si tratta quindi di una categoria completamente diversa dal Polo Nord vero e proprio.
Sintesi comparativa
| Categoria | Caso di punta | Beneficio chiave |
|---|---|---|
| Sottomarino | Microsoft Project Natick | Affidabilità 8× superiore |
| Galleggiante | Nautilus Stockton 1 | PUE 1,15, manutenzione accessibile |
| Orbitale | Starcloud | Energia solare continua, zero acqua |
| Sotterraneo | Intacture (Trentino) | Risparmio suolo 95%+ |
| Riconversione | MareNostrum | Riuso patrimonio architettonico |
| Caso limite fallito | RUVDS (Polo Nord) | Nessuno — instabilità del ghiaccio |
Conclusione
In tutti questi casi emerge la stessa logica di fondo. Le aziende spostano il carico termico verso un dissipatore ambientale gratuito, che sia acqua, roccia o il vuoto dello spazio. In questo modo riducono i costi di raffreddamento e di suolo.
Il caso del Polo Nord, però, insegna una cosa importante: l’ambiente estremo da solo non basta. Serve sempre un punto d’appoggio fisico stabile, come il fondale marino, una chiatta ormeggiata o la roccia di una miniera.



