Da domani nelle sale italiane — con un giorno di anticipo rispetto agli Stati Uniti — arriva Odyssey, il nuovo film di Christopher Nolan con Matt Damon nei panni di Ulisse. Al netto della componente narrativa, l’operazione più interessante per chi segue l’innovazione tecnologica riguarda ciò che è successo dietro la macchina da presa: per la prima volta nella storia del cinema, un lungometraggio è stato girato interamente con cineprese IMAX a pellicola 70mm, un traguardo che ha richiesto lo sviluppo di hardware inedito e soluzioni di scena create ad hoc.
Il problema di partenza: una cinepresa troppo rumorosa
Le cineprese IMAX a pellicola, pur offrendo una qualità d’immagine ineguagliata dal digitale, sono storicamente inutilizzabili nelle scene di dialogo: il meccanismo di trascinamento della pellicola genera un rumore meccanico che si sovrappone all’audio in presa diretta. Nolan aveva già affrontato il problema nel 2020 con Tenet, senza arrivare a una soluzione definitiva. Per Odissea, il regista è tornato a lavorare con gli ingegneri di IMAX per completare quel progetto: un involucro insonorizzante, rivestito internamente di materiale fonoassorbente, in grado di isolare il rumore della macchina.
Il risultato è una nuova cinepresa, ribattezzata “The Keighley” in onore dei dirigenti storici di IMAX Patricia e David Keighley (quest’ultimo scomparso poche settimane dopo la fine delle riprese). Una volta racchiusa nell’involucro insonorizzante — soprannominato informalmente “il blimp” — la macchina arriva a pesare circa 136 chili: tanto che sui carrelli è stato necessario montare piastre d’acciaio dedicate per reggerne il peso. Robert Pattinson, tra gli interpreti del film, ha paragonato la sua ingombranza a quella di un SUV posizionato davanti agli attori durante le riprese.
Lo specchio che salva lo sguardo
L’involucro voluminoso ha però introdotto un problema collaterale non banale: nelle inquadrature ravvicinate a due, la sagoma della cinepresa finiva per impedire agli attori di guardarsi negli occhi mantenendo al contempo l’asse corretto rispetto all’obiettivo. La troupe ha risolto il problema con un sistema di specchi posizionati accanto alla cinepresa: gli interpreti guardavano il riflesso del collega, che veniva restituito correttamente in asse alla lente, preservando la naturalezza dello sguardo in scena — un dettaglio tecnico minimo nella sua concezione, ma determinante per la resa emotiva delle sequenze dialogiche.
Il primo film integralmente “a pellicola grande”
Superato l’ostacolo del rumore, la produzione ha potuto spingersi oltre: Odyssey è il primo lungometraggio a essere girato dall’inizio alla fine con cineprese IMAX 70mm, senza alternare — come avveniva nei precedenti film di Nolan, incluso Oppenheimer — sequenze IMAX ad altre girate in formati più convenzionali. Il formato di pellicola utilizzato, noto come 15/70 (15 perforazioni per fotogramma), produce un fotogramma fisico circa nove volte più grande del 35mm tradizionale, con una risoluzione equivalente stimata dagli addetti ai lavori tra i 12.000 e i 18.000 pixel — ben oltre gli attuali standard digitali di proiezione a 2K o 4K.
Con una durata di circa 172 minuti, il film si colloca appena sotto le tre ore: una soglia non casuale, dato che l’infrastruttura di proiezione IMAX a pellicola pone vincoli fisici stringenti sulla lunghezza delle bobine gestibili dai proiettori attualmente in servizio nelle poche sale — circa 25 nel mondo — attrezzate per la versione integrale in 70mm.
Niente CGI per i mostri: creature reali sul set
Coerentemente con la scelta di massimizzare la resa fotochimica, la produzione ha evitato dove possibile la computer grafica per la realizzazione delle creature mitologiche del poema omerico, dal ciclope Polifemo a Scilla. Per Polifemo, ad esempio, è stato costruito un pupazzo animatronico alto sei metri, utilizzato fisicamente sul set. La scelta risponde a una logica precisa: l’estrema definizione della pellicola IMAX rende più evidenti le imperfezioni della computer grafica rispetto ai formati digitali standard, spingendo il reparto effetti speciali a privilegiare soluzioni pratiche — animatronica, pupazzi, ambienti reali girati in Grecia, Sicilia, Marocco, Islanda e Scozia — riservando l’intervento digitale a rifiniture puntuali.
Un investimento all’altezza della scommessa tecnica
Il film, il più costoso mai diretto da Nolan con un budget stimato attorno ai 250 milioni di dollari, rappresenta quindi molto più di un esperimento stilistico: è un caso di studio su come un vincolo tecnico — il rumore di una macchina da presa — possa generare, a cascata, una serie di innovazioni ingegneristiche (l’involucro insonorizzante, il sistema di specchi, la logistica di trasporto e sviluppo di oltre due milioni di piedi di pellicola) capaci di ridefinire cosa sia tecnicamente possibile in una produzione cinematografica su larga scala.
Resta da vedere se la scommessa di Nolan — e di IMAX, che ha investito risorse ingegneristiche significative sul progetto — aprirà la strada a una nuova generazione di produzioni “all-film”, o se resterà un unicum dettato dalla caparbietà di un singolo autore con potere contrattuale sufficiente a imporre soluzioni tecniche altrimenti economicamente insostenibili per l’industria.



